Il giovane Marx sulla critica della religione

Nel 1844 usciva, negli Annali franco-tedeschi, uno scritto di Karl Marx, dal titolo Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione.

In questo scritto si trovano forse le più belle parole sull’ateismo, e la critica ateistica, che io abbia mai letto. Sono parole liriche, poetiche, non hanno la forma della precisa argomentazione scientifica, ma non per questo sono meno efficaci. È lo stile degli “scritti giovanili” di Marx. Questo scritto è successivo alle elaborazioni di Feuerbach, il “padre” dell’ateismo della “sinistra hegeliana” e infatti Marx dice che “in Germania, la critica della religione nell’essenziale è compiuta”. Nell’essenziale, perché sicuramente manca qualcosa, per Marx, e quello che manca sarà ben chiarito nelle “famose” Tesi su Feuerbach, del 1845.

Ecco il passo che voglio proporre:

L’uomo il quale nella realtà fantastica del cielo, dove cercava un superuomo, non ha trovato che l’immagine riflessa di se stesso, non sarà più disposto a trovare soltanto l’immagine apparente di sé, soltanto il non-uomo, là dove cerca e deve cercare la sua vera realtà.

Il fondamento della critica irreligiosa è: l’uomo fa la religione, e non la religione l’uomo. Infatti, la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell’uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma l’uomo non è un essere astratto, posto fuori del mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, Stato, società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne compimento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione è dunque mediatamente la lotta contro quel mondo, del quale la religione è l’aroma spirituale.

La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo.

Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola.

La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi. La critica della religione disinganna l’uomo affinché egli pensi, operi, configuri la sua realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione, affinché egli si muova intorno a se stesso e perciò, intorno al suo sole reale. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove intorno all’uomo, fino a che questi non si muove intorno a se stesso.

Sono di questo passo le famose parole di Marx che la religione è l’oppio del popolo. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa formula, per giunta un po’ inflazionata.
In questo brano che ho citato si intravede il problema che Marx porrà nelle Tesi su Feuerbach, ovvero la necessità di storicizzare la critica religiosa, non basta individuare nell’essenza dell’uomo la sua tendenza allo spirito religioso, bisogna mettere in evidenza come il problema sia storico, e politico.

Tant’è che il superamento (mi sembra il termine più adatto, vista l’evidente “ispirazione” hegeliana di questo brano) del momento religioso è elemento fondamentale per la liberazione dell’uomo. Non solo liberazione religiosa, non solo liberazione “di spirito”, ma liberazione politica, sociale. Per riprendere il brano: non si critica la religione per lasciare la catene libere dai fiori immaginari, ma per spezzare le catene. Pare evidente quindi il legame che Marx inizia a porre tra la questione religiosa e la questione politico-sociale.

A mio modesto parere, pare che in questo brano siano già contenuti, almeno in stato embrionale, gli argomenti che Marx porrà a fondamento delle sue Tesi su Feuerbach, che sono poi il superamento della visione astratta e teorico della critica religiosa a lui precedente.
Credo che il passo citato meriti veramente una lettura, se non altro per il modo in cui viene posto il problema. Poi si può discutere sul fatto che l’origine stessa dello spirito religioso nell’uomo possa avere un’origine diversa, ciò non toglie che, a prescindere da questa origine, sia cosa abbastanza nota il ruolo politico della religione, e in questo ambito le parole che ho deciso di condividere mi sembra che esprimano bene il concetto.

PS: Il brano citato è preso dal Marxists Internet Archive, sezione italiana.

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