Due modi di parlare di ateismo

Non sono una persona religiosa ma mi piace molto riflettere sulla religione, sulla teologia, anche come “portato” dei miei studi.

Se siete interessati all’argomento, ci sono molte pubblicazioni che si occupano di tale questioni e ci sono anche diversi siti dove trovare informazioni e spunti (uno su tutti il sito della UAAR).

L’ateismo, almeno usando una delle tante interpretazioni possibili del termine (ma forse quella che preferisco), è una teoria filosofica, una posizione intellettuale, etc, secondo cui dio non esiste. È sempre importante differenziarla, almeno per motivi analitici, dall’agnosticismo, secondo cui la ragione umana non è in grado di giudicare della esistenza di dio o di divinità (o comunque di un fenomeno).

L’approccio che si ritrova nella pubblicazioni che affrontano l’ateismo, schematizzando, può essere distinto in due grossi filoni. Uno che definisco storico-critico e uno teorico-filosofico. Ovviamente ci sono lavori in cui questi due filoni sono intrecciati, ma mi sembra utile mantenere questa divisione.

L’approccio storico-critico

Definisco tale l’approccio delle pubblicazioni che basano le proprie argomentazioni sulla confutazione, o comunque sull’analisi, dei testi rivelati (su tutti: Bibbia e Corano).

Tale analisi ha tendenzialmente l’obiettivo, declinato in modo più o meno radicale, di mettere in evidenza come i fatti raccontati in tali testi sacri non possano essere ritenuti storicamente veri, in quanto tendenzialmente contraddittori e non verificabili da fonti storiche. Inoltre un’analisi critica permette anche di mettere in evidenza come tali testi siano portatori di valori che spesso sono tutt’altro che moderni e positivi.

Insomma, l’obiettivo è quello di dimostrare come questi testi rivelati, se passati al vaglio di una analisi seria, non possano essere considerati come la base di una religione, dato che sono storicamente inattendibili e, per quanto li si interpreti, piuttosto che leggerli alla lettera, non posso essere considerati la base di una etica positiva.

Detto ciò (e detto anche in modo molto schematico), possiamo dire che i lavori che seguono tale approccio più che porsi il problema della fede, si pongono il problema di criticare le pretese storiche dei testi rivelati, lasciando in sospeso invece le questioni teoriche che stanno anche alla base dell’origine della religione o del pensiero religioso.

L’approccio teorico-filosofico

L’altra medaglia della critica ateistica è rappresentata dal tentativo di analizzare, criticare e destrutturare la religione da un punto di vista teorico e filosofico. Si cerca alla di rispondere ad una serie di domande:

  • abbiamo bisogno di dio per fondare la nostra morale?
  • abbiamo bisogno di dio per spiegare il mondo naturale?
  • abbiamo bisogno di dio per spiegare la giustizia o il male del mondo?
  • esiste dio?
  • perché gli uomini storicamente hanno il concetto di divinità?

Se questi sono i problemi posti, le risposte possono essere diverse, soprattutto per quanto riguarda la presenza, effettiva, dell’esperienza religiosa (o presunta tale) nella vita dell’uomo.
Ognuna delle domande poste porta a ragionamenti diversi e a diversi riferimenti filosofici. Quelli etico-morali, quelli scientifici, quelli prettamente teoretici.

Sono questioni che si stagliano su un piano diverso, rispetto all’approccio storico-critico. Se da un lato possiamo dimostrare dal punto di vista scientifico che la Bibbia non è un testo storico, dall’altro non possiamo con la stessa certezza spiegare i fenomeni di fede, o dimostrare che la morale possa essere fondata su principi umani e terreni, piuttosto che su elementi trascendenti.

In realtà…

In realtà è raro trovare questi due approcci assolutamente scissi, nelle pubblicazioni e nelle ricerche. Spesso si intersecano, anche perché sono assolutamente collegati. La divisione che ho proposto è analitica, nella sintesi poi questa cesura netta non c’è, anche se sicuramente ci sono lavori che tendono più a un approccio rispetto all’altro.

Personalmente ritengo più stimolante l’approccio teorico-filosofico, se non altro perché quello storico-critico mi pare ormai assodato, gli studi scientifici hanno dimostrato la non-storicità dei testi sacri, con tutto quello che ne consegue (e quindi la pretesa delle chiese di fondare il proprio potere su tali testi, ma non ho intenzione di affrontare qui questioni legate alla chiesa).

In particolare, la domanda che più mi affascina è:

  • se dio non esiste, perché storicamente la necessità di una esperienza religioso-fideistica si è quasi universalmente presentata nella storia dell’uomo?

Una risposta unica non c’è, gli studiosi che l’hanno affrontata, anche in epoche diverse, sono arrivati a conseguenze diverse, ma comunque rimane un quesito molto interessante.
Ma non credo sia di minore interesse il problema della fondazione morale o della questione scientifica (vedi il creazionismo e la teoria del disegno intelligente).

Conclusione

Ovviamente non c’è una conclusione.
Non sono certo qua per dare risposte e, soprattutto, non sarei in grado. Questa riflessione è ovviamente maturata dalla lettura di svariati lavori sull’ateismo e quindi, prima o poi (con la discontinuità che caratterizza questo blog), proverò a proporre qualche indicazione sui libri letti, nel caso a qualcuno interessi affrontare queste questioni.

Ho voluto fornire una sintetica e schematica chiave di interpretazioni per i discorsi sull’ateismo, chiave che sicuramente può essere criticata e smontata, pezzo per pezzo 🙂

Post Scriptum (ma forse doveva essere una introduzione)

Da notare una cosa, molto importante, che sta anche alle base dei miei ragionamenti (anche quelli “da bar”, e capita spesso di farli): in tutto questo discorso non si scende mai nello specifico della necessità individuale, personale, che porta alla credenza in un dio o diverse divinità. Non c’è un approccio psicologico per capire perché Tizio si è avvicinato a dio o alla chiesa. Non è una cosa rilevante. Il problema è generale, di sistema. A monte rispetto alle esperienze del singolo. Insomma, è teorico.

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